martedì, novembre 10, 2009

aurelio


Mark Horst

Perchè?

"il cane aveva una macchia nera intorno all'occhio, e un' altra come uno stivale intorno ad una zampa. aveva messo la testa fuori dalla scatola, e da quel momento ero stato suo. Per sempre. E' buffo, a quei tempi i cani o li chiamavi buck, oppure zorro. Il mio si chiamava Aurelio. Come un mio zio morto in Guadalcanal. Aveva una targhetta di metallo intorno al collo, con il nome ed il numero di telefono inciso sopra."

La coda era cominciata da almeno mezz'ora, prima a passo d'uomo, ora, era completamente ferma all'altezza di Castel San Giorgio, a cinquecento metri da un'area di servizio e ad altrettanti da una colonnina del soccorso stradale guasta. Il commissario Tozzi non faceva il ponte di ferragosto da 15 anni. Il termometro dentro la fiat 124 color crema segnava 39 gradi. Camilla nel sedile a fianco dormiva facendo piccoli scatti con la testa, sognava un piccolo cane con la lingua da un lato fare agguati alle tende del soggiorno. Tozzi mise la testa fuori dal finestrino e disse all'uomo dell'anas che puliva una siepe con un falcetto "ma che cazzo succede?" "s'è rovesciato un tir della Cirio poco prima del tunnel della Folena" aveva risposto senza neanche voltarsi. C'erano ettolitri di salsa di pomodoro in mezzo alla A1 e un tamponamento a catena lungo un chilometro. Ci sarebbero volute ore. A Tozzi gli giravano i coglioni, Camilla dormiva, alla radio davano ininterrottamente un pezzo insopportabile di Federico Monti Arduini. Uscì lentamente dall'auto bestemmiando sottovoce, mentre le ambulanze ululavano ferme sulla corsia d'emergenza occupata da tavoli apparecchiati di ogni ben di Dio.

"L'estate era arrivata presto. Mio padre mi spiega, mentre sbuccia una arancia, che alla "Pensione Stella" di Forte dei Marmi, non ti fanno tenere gli animali e che a luglio, nessuno, tra parenti ed amici si potrebbe prendere cura di lui. Io faccio di si con la testa, ma non capisco cosa vuol dire e continuo a giocare con il cane"

Tozzi aveva fatto quasi mezzo chilometro a piedi, avrebbe voluto pisciare dietro qualche siepe di oleandro, ma non c'era posto, nemmeno per l'ombra. Arrivò zuppo di sudore fino alla porta del bagno pubblico della stazione di servizio "Pianelle". Aprì con un piede cercando di non farsela addosso. Ernesto Airoldi, proprietario del Gran Caffè Airoldi, era piantato fino alle anche nella tazza del cesso, aveva tre fiori in mezzo al petto e le braghe calate alle caviglie. A coprirgli le vergogne, era rimasta solo la copia del messaggero aperta sulla pagina dello sport, Boninsegna s'era mangiato un Goal grosso come una casa. Aveva le braccia calate lungo i fianchi, come appese. Poco sopra la testa penzolava la catenella dello sciacquone, e un'aureola di numeri di telefono scritti con i pennarelli. Lesse il numero di una certa Jasmine che prometteva cose turche, forse perché era turca. Tozzi gli toccò la carotide, era morto. Poi si voltò e pisciò nel lavandino.

"Partiamo per forte dei marmi. Mio padre ha una Fiat 850 celeste chiaro con il volante in finto avorio, che poi è plastica e i coprisedili di paglina, che poi è plastica anche quella. Ho l'emozione della partenza però, e corro in bagno due volte. Aurelio è in una scatola con una coperta, mia madre ha un fazzoletto a pois sui capelli e sistema la calamita sul cruscotto, quella con la faccia di un santo rubizzo che dice vai piano."

Tozzi aveva chiamato De Simone con uno dei due gettoni che aveva in tasca. L'ingorgo avrebbe bloccato l'arrivo delle volanti e dell'ambulanza almeno per altre due ore. Si era fatto dare la chiave dal proprietario del bar e Aveva chiuso il cesso, poi, si era messo a cercare l'auto di Airoldi. "Signora Airoldi?" Barbara Airoldi era rimasta seduta in macchina quasi senza respirare. Tozzi le aveva parlato lentamente, mentre lei fissava un punto oltre il lunotto. Sbirciò dai finestrini, sul sedile posteriore c'erano due valige e una sacca sportiva, un guinzaglio e una museruola. Il sedile era sporco di peli. "avete un cane?" "no, anzi si, cioè, lo avevamo. E' morto." l'aveva presa sottobraccio, aiutata a respirare, poi era andato al bar a prenderle un caffè. Stavano andando in vacanza a Punta Ala, "mio figlio deve respirare aria buona" disse inghiottendo dalla tazzina con la bocca amara. Al posto di guida un bambino di sette anni dormiva come un angelo.

"Il latrato è come il pianto dei bambini lo sapeva?. Mi sveglio di soprassalto e la scatola con la coperta sul sedile accanto è vuota, dal finestrino entra vento caldo, poggio la mano sul vetro e vedo. Aurelio diventa una macchia lontana, sempre più piccola, con la testa di lato come i punti di domanda. Grido più forte che posso, fino a svenire, mentre lo vedo rincorrere l'estate e la mia targa nell'asfalto liquido. Poi, scompare. I miei capelli diventano bianchi."

Aveva accompagnato il ragazzino allo spaccio. lo aveva preso per mano e gli aveva regalato un modellino di automobile. Mentre passavano davanti al distributore il cane dentro la macchina gialla aveva cominciato ad abbaiare, guaire, a scavare nel vetro degli sportelli. I vetri erano chiusi e tozzi vedeva la bocca muoversi a scatti convulsi, lasciando striscie di bava sul vetro. Il cane conosceva il bambino, o così sembrava.

"Alla stazione di servizio mio padre si asciuga il sudore con un fazzoletto sotto il cappello di paglia, mi compra un lecca lecca a forma di spirale, non mi guarda negli occhi mentre me lo porge. Vomito nascosto dietro lo sportello, mentre un pullman di turisti si immette nella corsia di sorpasso, mia madre mi tiene la fronte sotto la ciocca bianca, un uomo con la schiena curva prende a calci la macchina delle bibite, una zolletta di zucchero si scioglie nel caffè sul bancone di latta, una donna si mette una banconota da diecimila nel reggiseno uscendo dal bagno pubblico, sei ragazzi giocano a calcio nel parcheggio, io non ho più un padre, per sempre."

Giancarlo Rivazza balbettava un poco, aveva 42 anni un auto gialla e un cane sul sedile posteriore. "bello, come si chiama?" "Aurelio" lo aveva accarezzato un po'. Tra le dita aveva sentito la piastra di metallo del collare, sotto le impronte digitali c'era scritto "Jack". "De simone fai presto che ho un gettone solo, dimmi qualcosa su un certo Giancarlo Rivazza." Non aveva precedenti, aveva una moglie due figli un ciuffo bianco sulla fronte in mezzo al nero dei capelli. Faceva il fornaio, una vita normale. Ma veva un porto d'armi e il cane di qualcun altro, e forse, non balbettava per un tic. Quando aprì lo sportello il cane si precipitò fuori dall'auto e corse verso il bambino che faceva correre la sua auto giocattolo in una aiuola, con un occhio chiuso e facendo piccoli rumori con la bocca. Nel cruscotto c'era una Beretta sei colpi. Ne mancavano tre. "Signor Rivazza, Facciamo due chiacchere?"

"il passato arriva all'improvviso, lo sapeva? se non mi fossi fermato a riposare. Ma l'ho visto rallentare, accostare, ho visto lo sportello aprirsi e il cane scendere. L'ho visto fargli una carezza, e ripartire, così. Non li ha neanche rincorsi. Allora ho visto Aurelio con la testa di lato e la Fiat 850 celeste volare verso Forte dei Marmi come una mongolfiera. Mi è venuto il vomito come nel parcheggio, ho visto mio padre con il cappello di paglia e lo sguardo basso. E allora lo seguo per quasi duecento chilometri, fino al cesso. "

Quando riaccese il motore erano quasi le otto, Camilla aveva aperto gli occhi e si era stirata in uno sbadiglio. "dove sei stato?" " a fare pipì".

lunedì, ottobre 19, 2009

una rondine non fa primavera, un pettirosso si


Robert Parkeharrison

frammento numero uno - aprile
non mi vedi, non ancora. Ho sognato un viale alberato di proposito, ho il fiato corto dietro un fusto di tiglio. Da una finestra esce rumore di piatti, una cena, ma non riesco a sentire i profumi, non ancora. Tu cammini con un vestito leggero e una borsa di tela a tracolla, io muovo le labbra, esce solo silenzio. Ora siamo in una libreria, hai sandali di cuoio e i capelli raccolti dietro la nuca, tra i ricci hai un nido di uccelli dal petto rosso. A volte non sembri tu, a volte devo convincermi di questo e guardarti ancora, e ancora. Poi vedo il neo che ti ho disegnato, e so. Allora ti volti, chiudi il libro che hai in mano e sorridi. Tu mi hai visto. Poi mi sveglio.

"non sono in casa, lasciate un messaggio dopo il segnale acustico: Paul, sono Alice, mi dispiace per l'altra sera. ma dove sei? chiamami."

"non sono in casa, lasciate un messaggio dopo il segnale acustico: Paul, sono il Dottor Krandall. ho in mano il tuo tracciato, non risultano anomalie, non sembri avere nessun disturbo del sonno.noi ci vediamo la prossima settimana, martedì alle cinque"


frammento numero due - maggio
parliamo a lungo, siamo seduti su un grosso tronco sul bordo di un fiume. Sembri tu, a volte solo un po più giovane, altre volte hai guance di bambina. La voce è sempre quella, quella che soffiavi nel bisbigli. Il vento è solo aria tiepida soffiata da destra. Tu hai una matita e un blocco con pochi fogli, schizzi un ritratto a memoria, è un uomo di tre quarti, sembro io, almeno per un po. Lasci le luci al bianco della carta, ti volti a guardarmi, hai dodici anni, poi di nuovo trenta. Mi chiedi come ti ho trovato, ti rispondo, mentre i tuoi capelli diventano più lunghi, che era l'ultimo posto rimasto, dopo aver guardato nell'armadio, dietro la porta, sotto il letto e in tutto il poco che restava della mia vita. Poi mi sveglio.

"non sono in casa, lasciate un messaggio dopo il segnale acustico: Paul, sono la mamma. Sono due settimane che non ti fai sentire, ti sei dimenticato il compleanno di tuo padre, sai quanto ci tenga. Quando vieni ti faccio le polpette. Quando vieni?"

"non sono in casa, lasciate un messaggio dopo il segnale acustico: Paul, sono Alice, non capisco cosa succede, ho bisogno di parlarti. Per favore"

frammento numero tre - giugno
stavolta hai una giacca di velluto verde. Non è un appuntamento, ti trovo dove devo trovarti. Sei già li, o forse, come è più probabile mi trovi tu. Non riesco a sentire i sapori, non ancora, ma tu hai un buonissimo odore, come sempre. Ingoio comunque il bicchiere di latte caldo, e faccio quel giochino da equilibrista con la zuccheriera che ti faceva ridere. Ti muovi come fossi nell'acqua, ti dico "dobbiamo smetterla di vederci così" ridi ancora, e ti sposti una ciocca di corvo dietro l'orecchio, l'uccello con il petto rosso vola via: "c'è un altro modo?" dici. No, non c'è.
Un tavolo più in la le cose cambiano forma, la neve diventa sangue, il tuo cappotto ora è una camicia a fiori, sulle tue mani da telegrafista è apparso un anello, Roma si scioglie. Sembriamo non accorgercene. Poi mi sveglio.

"non sono in casa, lasciate un messaggio dopo il segnale acustico: Paul, sono Mr. Groove, mi dispiace dirtelo Paul, ma ho dovuto sostituirti. Sono sei settimane che ti cerco. Puoi passare a prendere quello che ti spetta. Martha ha la tua busta paga e la liquidazione in segreteria...mi dispiace Paul"

"non sono in casa, lasciate un messaggio dopo il segnale acustico: Paul, sono il Dottor Krandall. Non sei più venuto alle sedute, volevo ricordarti di dimezzare il dosaggio delle gocce. Dobbiamo andare a scalare nei prossimi due mesi. Fatti vivo"

frammento numero quattro - agosto
non riesco a toccarti. Non ancora, dici tu. La tua saliva sa di acqua, come sempre. Ed è per questo che il tuo amore metteva sete. siamo in una stanza verde chiaro, tu hai appena disegnato una finestra su una parete bianca di stucco e gesso. Fuori c'è un pezzo di Sicilia, uno spicchio d'isola, dovrebbe essere sera, lo dicono i grilli e le luci delle case. Tu allarghi le gambe alzando il vestito di lino, sei bianca come non ricordavo, io rovescio gli occhi al soffitto e spingo tutto quello che ho trattenuto nella gola e nei reni. L'amore tra le gambe è una stanza al contrario. Mentre mi tieni stretto nei fianchi mi parli nelle orecchie, e allora ingoio il sale dei sogni. Sono parole che non conosco, ma sono per me, ed è tutto quello che ho. Ora ridi su un fianco, devo indovinare cosa scrivi con le unghie sulla mia schiena. Indovino, e non mi sveglio più.

"non sono in casa, lasciate un messaggio dopo il segnale acustico"

mercoledì, settembre 23, 2009

uést (gessi geims)



post in lingua originale

e alla fine si decise che il caballo lo dovevo sparare io. Una volta azzoppati - si disse mentre lisciamoci i baffi - il cavallo v'ha morto, anzi ha muerto, come diceva il Sances (pron. sanchez). Allorché, trassi medesimo dalla fondina la colt impolverata di cavalleria e giubba rossa, e pressi il grilletto nel vetro nero dello sfiancato animale. lo snervo cessò, e la mosca dalla sua coscia venne a rompere lo cazzo sul mio naso. Ora, portare il bestiame furtato fino alla California diventava un problema. Quattro uomini dediti al criminale e alla scabbia, con tre ronzini soltanto. Così, Ci sfidassimo a duello, anzi a un quadrello, nel cimitero di El Paso (pron. el paso), anche se a me veritatamente, sembrava Viterbo, vicino alla tomba di Arc Stenton (pron. arch stanton). Ma io fossi orbo da un occhio, e per questo mi chiamassero "il monco" (pron. il monco), e quindi non farei testo. Moreno Vastalla detto Er Vaccaro aspettatte che la musica di Morricone si abbassatte di volume dal voxson furtato della sua Ford Capri, e intonasse col suo canne mozze "quando l'uomo con il fucile incontra uno con la pistola, l'uomo con la pistola è un uomo mort......" e io gli perforassi la fronte con un piombo. Sances e Proietti rimanettero di sanpietrino. Ero di fatto la pistolata più veloce del uést (pron. west) e dell'etruria tutta. Ripartissimo alla volta di orte, più vicina della california, e piena zeppa di ricettatori, tra l'altro.

Il Messicano avette l'alito di un morto. Questo non gli impeditte di possedere un cospicuoso numero di bagasce. La più bella fosse Barbara, che noi per comoditezza chiameremio Barba, anche perchè nel vecio uèst, le fimmine non fossero avvezze allo uso del depilatorio. Mangiassimo carne di mucca essiccata e bevemmo rum (pron. rhum) intorno al fuoco, e il Messicano fece un buon prezzo per le vacche rubate e senza targa. "avete cancellato il numero di serie?" "non dubitasse, con le mie stesse mano" "entro dimano, saranno a pezzi in tutto il uèst" Barba prese a farmi piedino sotto il tavolame, un piedino nero di polvere, drento scarpine rosa. "allora, facciamo cinquemilo pesetas?" "al cambio quanto farette?" "molto" "affare fatto". Proietti e Sances si serrareno in due stanze sopra il salun (pron. saloon) con Morena e Pablo, ubriachi fradici di Uischi (pron. whiskey) e Sambuca Molinari. Io mi accampatti in una piccola radura vicinante al caballo e di guardia al vaccame, con la capoccia sulla sella a rimirar le stelle dell'ovest stavetti.

Barba, si infilatte sotto la coperta del mio giaciglio medesimo mentre contassi la pecora numero sessanta. Profumasse Barba, di lavanda e capretto del sud. Movette le mani con grande espertismo, fino al nodo della questione. "è vero allora quello che si dice di voi cau boi (pron. cowboy)" " e che si dice?" " che avrette lo aggeggio come la canna di un fucile" "ah, si, l'ho sentito anche io, ma ora smettetela di allisciare il mio uincester (pron. winchester) che ci ho da fare la guardia" la pelle morbida e le cosce spinose facettero il resto. "allora è verità quello che si ascolta su voi bagasce" "ovvero?" "che non portate la mutanda" "e a che serveno?" risò. Mentre ansimavo come un coiote (pron. coyote), mi sbavasse nell'orecchio cotante parole "avessimo ancora tutta la notte per fuggiascare con i soldi e il vaccame, saremio ricchi, il confino è a cinquanta miglia, se passassero la marana, è fatta". Ai tre rintocchi del campanilismo, ero già un traditore fuggiasco, con tre pistoleros ai calgagni, e una bagascia con mandria al seguito.

Era ormai l'albeggio, e il confine fosse ad un passo, il suono della marana lo confermitava. Scendemio dai caballos per l'abbeveraggio dei poveri besti. Barba mi fissava innamorante e dicette "ormai è fatta Gessi (pron. jessie)". la voce del Messicano tuonizzò da dietro la rupe della morte, e in quel momento medesimo, capacitassi me di due cose distinte. La primera, che Barba portava sfiga, la secondera, che ora fossero cazzi. "Geims! (pron. james), nessuno fregatte il Messicano, non nella provincia di Viterbo " Proietti e Sances ridevano armati fino ai denti gialli. Io rumorai con gli speroni, al messicano colasse sudore dalla fronte e tirasse fuori il carillon con il "valzer del moscerino" e caricattelo a molla. "Quando la musica finitte, sparassimo" al quintesimo ullallà, pressi il grilletto, il petto del messicano si fecesse rosso vivo, Sances sparò a Proietti in mezzo alle palle e io piombai Sances come una quaglia ripiena nello mezzo secondo che avanzatte. E professsai il verbo "quando un uomo con la pistola, incontra tre uomini più lenti, i tre uomini lenti sono morti" Scendesse un silenzio tombale, e Mi perplessi nel caldo vento dell'alba "cos'hai gessi?" "niente pupa, non mi tornassero i conti" e in effetivamentità, i colpi sparorti fossero quattro, e i moribondi tre. Lo stibalos si fecero pesanti, li speroni rotellarono al vento, e cadetti in ginocchioni sputando salsa di pummarola del uèst. Avetti un buco in mezzo al petto, appena di fianco al medaglio di Santa Crus (pron. santa cruz), proprio sulla scritta della canotta "Mobilificio Fratelli Crapanzano, CZ". allo zoccolare del caballo guardai Barba montare vaccame e dinaro sulla chiatta e passare il confine nella marana. Voletti chiedere "perché," ma i cau boi non dimandeno, e poi Barba, comunque dicette con l'eco "quando un uomo con il fucile incontra una donna senza mutanda, l'uomo con il fucile è un uomo morto".

mercoledì, settembre 02, 2009

l'innocenza ad agosto (miramare)


Jack Vettriano

“Quando lui cominciò a stringere, lei pensò che scherzasse,forse perché aveva un leggero sorriso negli occhi. I suoi invece, li sentiva schizzare fuori dalle orbite, e per un po scalciò inutilmente nel vuoto. Il bambino con i capelli biondi Infilò la piccola palla di carta nella sua bocca, e la spinse fino alla gola con un dito. Poi, Lentamente, le sputò addosso lasciando cadere piano la saliva, per essere sicuro di prenderla”

era quasi mezzogiorno. Il sale si era mangiato le cabine bianche, le sdraio, i pontili e persino Alceste il bagnino sul pedalò "La Folgore". Lo stabilimento Miramare pareva un luna park abbandonato. Sotto una tettoia l’appuntato De Simone cercava un po di ombra e sbirciava tra le sdraio. "De Simone, che fai guardi?” ”A commissà so dù ore che aspetto, almeno me distraggo” “Dov’è?” Si avviarono tra le dune basse, verso il depuratore . Intorno al nastro bianco e rosso che transennava l’ingresso della condotta di scarico, pochi avvoltoi commentavano a bassa voce, l’orrore e l’eccitazione mettono fame.Tozzi si abbassò per passare sotto il nastro.

Al dottor Nicastro, medico legale, si era incollato il riporto alla fronte, una frenata nera in mezzo alle lentiggini e al sudore. "Allora?” Martina Pietrasanti aveva dodici anni, aveva il costume abbassato sulle cosce e sembrava fare il morto a galla.Tozzi si avvicinò bagnandosi l'orlo dei pantaloni, e bestemmiò. Era sdraiata sulla schiena gli occhi fissi al cielo e la lingua blu fuori dalla bocca aperta in una smorfia oscena. Al collo, un cappio fatto con un filo di ginestra aveva lasciato dei segni profondi e rossi, ed il viso, cosparso di capillari,sembrava appartenere ad un altro corpo. Tra i capelli bagnati che ondeggiavano in una pozza dietro la nuca, Tozzi, vide nascosto un piccolo granchio rosso. Per un breve istante Martina, le parve una bambola trà i rifiuti. E bestemmiò di nuovo.

Non era stata violentata, così diceva il rapporto di Nicastro. La cosa non lo avrebbe consolato. Mangiò controvoglia sotto la tettoia di canne del bar "Melampo". Dal mare arrivava un vento caldo e umido che lo faceva sentire bagnato e che si portava appresso pezzi di voci, urla di giochi di bambini, pensieri impossibili da ricomporre. La sabbia graffiava sotto le scarpe, in lontananza un piccolo aereo trascinava uno striscione pubblicitario che recitava "prova a prendermi". Tozzi giocherellò per un poco con un cane senza una zampa, poi, si asciugò il collo, prese fiato e si diresse verso le cabine e le sdraio.

De Simone lo aveva scortato per tutta la mattina offrendosi di tenergli la giacca :"De Simò, è inutile che fai er ruffiano,Tanto la promozione non te la faccio avere lo stesso.." e nessun testimone, tranne un tizio di Torvajanica detto "Er Lambrusco" che sosteneva che Martina l'avessero ammazzata gli alieni, parola sua. Paolo Vanni era il bagnino dello stabilimento, con la fedina penale non proprio di bucato. Tozzi indicò la maglietta “Che vuol dire Baywatch?”Come il telefilm dottò sa, quello americano dove c'è quello che core da nà parte all’altra a sarvà tutti? Ma io nun ho mai sarvato nessuno, manco quella poveretta” Aveva trovato lui Martina e mentre parlava gli si fecero gli occhi rossi. si era torturato l’orecchino e rispondeva mordendosi le labbra nascosto dietro i tatuaggi, uno, il più curioso, era un pappagallo rosso. Il pappagallo guardò Tozzi e col becco disse "non parlo". "Cosa abbiamo su stò Vanni?” dal blocchetto di carta zuppo di sudore e inchiostro stinto De Simone intonò “Fino a diciott’anni niente, poi qualche furtarello, e un po di ricettazione per Quello della Magliana,come si chiama..” “Proietti..” “Ah giusto! Proietti, poi è stato dentro per sei mesi e adesso fa il bagn..." "basta De Simò, questo non c'entra un cazzo.."

"Povera creatura. Matteo, Il figlio dei Maldonado le stava sempre dietro, sa, quello ritardato. Una volta s'é l'è trovato pure in cabina. Insomma noi siamo persone aperte, ma forse dovrebbero tenerlo chiuso in qualche istituto non trova?" La statua di Botero intrappolata in un costume rosso era la contessa De Michelis. Tozzi, sentiva odore di olio di cocco e mortadella, e provò un leggero senso di nausea. il seno enorme le ballava appena sotto il mento, e per un breve istante smise di ascoltarla, guardò il Conte Augusto Carlo De Michelis chiuso dentro una sdraio, e lo vide naufragare solo in quel mare di carne e abbronzante, senza ciambella. Il figlio più grande della contessa De MIchelis, lo fissava girando la chiave di uno scimmiotto che sbatte i piatti, poco più in la, un bambino in un passeggino allungava inutilente le braccia per riaverlo. La peluria sopra il labbro imperlato di sudore della contessa non tratteneva il vuoto che aveva dentro "..non è bello venire qui e trovarsi davanti quel ragazzo che sbava da un lato, non si capisce nemmeno quello che dice, pensi che la scorsa estate ha tentato di strozzare il mio Pierfrancesco. vero Pier? Pier?" Il figlio della De Michelis insieme ad altri bambini ora, guardava morire una medusa in un secchiello, ridendo. "...dovrebbe stare con quelli come lui, e lo dico per il suo bene ". lo scimmiotto cadde di lato raccogliendo un pugno di sabbia tra i piatti, poi nell'ultimo scatto, crepò.

Matteo Maldonado aveva gli occhi dolci. Era affetto dalla sindrome di Down. Aveva 13 anni e teneva in mano un quaderno ad anelli e una matita legata con lo spago. Il quaderno era pieno di pagine croccanti, disegni e scritte che il più delle volte lasciavano il segno nella pagina seguente, e in quella dopo ancora. Tozzi le sfogliò tutte, c'erano bei disegni, pappagalli e uccelli pieni di piume. In uno, colorato di rosso, lui e martina si tenevano per mano. Al centro, una pagina era strappata. La madre lo pettinava di continuo, sistemando una riga ideale tra i capelli. "I bambini sanno essere molto crudeli, fanno scherzi atroci. Gli hanno ucciso il pappagallo spezzandogli il collo. Lo scorso anno è rimasto chiuso per ore nella rimessa delle barche, avevamo chiamato persino i Carabinieri. Qui nessuno ha mai accettato Matteo, tranne Martina".

"magni quarcosa dottò, questa è robba bbona. ce so pure i pommidori col riso, diglielo Inese al commissario che so freschi i pommidori" "so freschi" "no grazie, sono in servizio, molto gentile comunque" "allora un goccio de vino dottò, lo fa mio suocero che ci ha un po de tera a Montecompatri, robba fresca commissà, niente medicinali e zozzerie. Dice er Brunello de Montarcino, ma che voi mette? assaggi dottò, Inese offri un bicchiere de vino al commissario e dijelo quanto è bbono er vinello nostro" "è bbono" "no, sono astemio, grazie, solo qualche domanda..." Ettore Magni, aveva una macelleria a via Castrovillari, un precedente per stupro. Poi la famiglia della vittima, una ragazzina di 12 anni che lo chiamava amorevolmente zio, aveva ritirato la denuncia. Qualcuno diceva che avesse comprato il silenzio a colpi di bistecche e con una mercedes nuova di zecca. Il gestore del bar lo aveva visto offrire un gelato a Martina verso le undici. Comunque, all'ora del decesso era con tutta la famiglia da "Augusto er Bujaccaro" a ingozzarsi di teste di pesce e mazzancolle. Augusto er Bujaccaro confermò. "amen" disse Tozzi, e bestemmiò.

Alle cinque Nicastro aveva chiamato dal laboratorio, Martina aveva una palla di carta nella gola. Era un disegno a matita rossa su una pagina di quaderno strappata. C'erano due bambini che volavano sopra i tetti di una città tenendosi per mano. Una calligrafia incerta diceva "i pappagalli si amano per sempre". Matteo aveva balbettato appena, e poi pianto negli occhi obliqui. A Tozzi disse che lui un giorno l'avrebbe sposata, che l'aveva vista li in mezzo alla condotta di scarico, che l'aveva chiamata, accarezzata a lungo, sperando che si svegliasse, poi, era scappato fino al faro delle saline. Sul corpo di martina furono trovate le sue impronte, la sua saliva. E la calligrafia incerta delle pagine in rosso, non inciampò. Era di Matteo. Quando vennero a prenderelo, gli avvoltoi da sopra i fili dell'alta tensione ripresero a bisbigliare di fame. Sarebbe andato a finire la vacanza in una colonia estiva, gli disse la madre sistemandogli ancora la riga dei capelli. Fu l'ultima bugia salata che gli toccò sentire quella estate.

"La lucertola cominciò a rotolare su se stessa nella sabbia come un serpente impazzito, il cappio di ginestra che gli stringeva il collo le faceva aprire e chiudere la bocca a scatti,sembrava uno di quei pupazzi a molla quando la carica stà per finire, il bambino coi capelli biondi rise, pensò al suo scimmiotto che sbatteva i piatti. Poi la guardò ancora un poco, finchè non ebbe finito di muoversi, una bambina con le trecce rosse piangeva, gli altri disposti in cerchio ridacchiavano nervosi. Lentamente, sputò sulla lucertola lasciando cadere piano la saliva, per essere sicuro di prenderla. Poi si voltarono e corsero verso la spiaggia."

domenica, agosto 30, 2009

sincopata(mente)



Dave McKean

dovresti vedere, cosa mi ha fatto settembre, come aprile fa ai balconi. Smorfie tiepide, dietro le maniche bianche nella danza tra i fili. T'ho vista annaffiare maggio come il pianto dopo un sorriso, per gratitudine, la grazia dell'attimo trattenuto, soffiata nel lino al sole. Dovresti vedere come sto nelle giacche, come si stà coi nodi alla gola alla porta e senza l'invito. I pois non ti rassicurano mai abbastanza, non di giugno comunque. E dovresti vedermi, anche, come non sto nella pelle, non nella mia. Di manica larga, nelle vite e negli abbracci degli altri, e non sto nemmeno nelle scarpe, mai. perché l'amore non si rincorre, si aspetta. E poi il 43 era esaurito.

giovedì, luglio 09, 2009

delicatessen (800$ al metro lineare)



mi chiamo Orazio Narl. Mai creduto in niente e nessuno. Va detto in apertura però, che i bambini non credono in Dio ma alle suore, e mio padre dalle suore non mi ci ha voluto mandare. Mia madre era metodista, mio padre materialista alcolista. La sera tornava a casa sobrio, per non dare nell'occhio, ma mia madre la picchiava lo stesso, e dopo, mentre le disinfettava i segni della fibia sulla schiena le leggeva amorevolmente Marx, Groucho. Mia madre piangeva e pregava, e intrecciava vimini e falangi. Io passavo il tempo a pescare, e ogni volta che tornavo con la cesta piena di barbi, a mia madre dicevo "ho irretito un pesce". Allora mio padre mi diceva che avevo troppa fantasia, e picchiava anche me. Mio padre aveva una filosofia di vita molto spicciola sapete, più o meno recitava "la vita è una merda figliolo, e quindi, tanto vale imparare a navigarla" per questo gestiva una ditta di spurgo. Diceva anche, citando Eraclito rigorosamente a tavola " da quello che la gente caga, si capiscono molte cose". Mia madre a quel punto andava a dare di stomaco, sognando con mezza saponetta cacciata in bocca che qualcuno finalmente la portasse via. E a marzo, vennero a portarla via davvero, anche se non era l'agente immobiliare di Groover Street che ogni venerdì le prometteva il nulla con i calzoni calati fino alle ginocchia e degli osceni calzini con le giarrettiere. Venne una trombosi al lobo temporale destro, mentre mia madre era sulla porta con le buste della spesa e un foulard a pois sui capelli color carota. Sentì il fischio di un treno da binario morto e rimase ritta e prigioniera per sempre come i manichini delle sartorie. Mio padre la imboccò per un paio di mesi raccogliendo pappa di semola ai lati della sua bocca, poi si annoiò e la lasciò crepare da sola davanti a "vento d'ammore" sul canale sette.

al funerale di mia madre come era usanza dalle mie parti, la gente si ingozzava di ogni ben di dio. Sembrava una festa. Mio zio Ferdinand quasi si soffoca con un osso di tacchino incastrato nel gozzo, e sua moglie Martha, con le dita sporche di sugo, aveva continuato a dirmi tutto il tempo pizzicotti unti sulle guance. Alle tre del pomeriggio mio padre mi aveva trovato chiuso in un armadio a piangermi addosso e mi disse, paonazzo, con l'alito che puzzava di bourbon che l'auto commiserazione era come le seghe, faceva diventare ciechi. E poi, stringendomi forte la mano con gli occhi umidi aggiunse "Orazio, figliolo, ora che tua madre non c'è più, purtroppo non potrò mantenerti, quindi a malincuore, dovrai mantenere tu me" a dodici anni suonati, e la prima leggera peluria sulle labbra, andai a lavorare all'Emporio Prendergast. Avevo una salopette blu, e scarpe di vernice strette. All'emporio lavorava anche Marta Salznick, e a lei devo alcune delle cose più importanti della mia vita. La prima me la insegnò dopo una settimana frugandomi nella patta con le mani ruvide di sapone, e la, seppi, che con l'uccello non si piscia e basta. La seconda invece è che bisogna evitare i locali romantici al primo appuntamento perché nei ristoranti pieni si mangia molto, ma in quelli vuoti si spende troppo. Alla fine dell'anno ringraziai il signor Prendergast, presi la liquidazione e mi arruolai nei marines.

Il mio paese era in guerra con una colonia africana, e io non avevo mai visto nè una colonia né un negro finchè non dovetti sparargli in mezzo al petto. E in quei giorni sparai anche ad altre creature mai viste, come i bambini e le donne, e anche le zebre i coguari e le puttane. Anche se le zebre in verità le avevo già viste allo zoo di Richmond, quando mio padre si ostinava a dire che fossero muli dipinti. io obbedivo agli ordini, ovviamente. Quando entrammo ad Asmara in fila indiana ci sputarono addosso anche i dromedari, comunque.

al ritorno dalla guerra, io ero un reduce tossicodipendente con un tagliaunghie da sopravvivenza, e mio padre era morto. Le esalazioni degli spurghi gli avevano avvelenato i polmoni e il cervello. Gli avevano dato pochi mesi di vita, per cui raccolse quei pochi soldi che aveva, sposò un transessuale in seconde nozze a Las Vegas, in una chiesa a forma di water e con un prete vestito da Elvis che cantava "are you lonesome tonight" mentre gli si muoveva la dentiera. Una settimana prima di morire fece testamento, e mi lasciò in eredità l'autoclave per lo spurgo, un paio di galosce e la pompa con trenta metri di tubo in gomma e titanio. E fui un uomo nuovo.

Conobbi Elvira un pomeriggio di luglio, andai a sturare il condotto di scarico del monastero delle Suore del Sacro Cuore di Gesù. Per sturarlo ci vollero tre ore e mezza, e alla fine uscì un bolo di profilattici incastrati nello snodo di scarico a tre metri sotto terra. La madre superiora fu cacciata con ignominia, e adesso gestisce un sexy shop a Montego Bay. Elvira aveva una stanza in affitto nel convento, e dopo avermi visto all'opera mi disse chei trenta metri di gomma e titanio erano un buon motivo per sposare un uomo. Aveva voluto aggiungere il cognome del marito al suo, come sua madre, e sua nonna prima di lei, Elvira Spritz Narl. Il sesso con mia moglie era il supplemento settimanale alla masturbazione. E mi costava solo 15 dollari. "lo faccio per te perché sei un amico" mi diceva mentre si sfilava le calze. Ma dovevo capirlo subito, "che ci guadagno a venire a letto con te?" mi aveva detto la prima volta che mi ero fatto trovare vestito della sola cravatta nel suo soggiorno a fiori color cachi. E così era diventata una sana abitudine. Io svuotavo i miei condotti spermatici mettendoli al riparo da malattie da disuso, e lei aveva, dopo vent'anni di onorata carriera da moglie, messo da parte un gruzzolo che quel lunedì le avrebbe permesso di comprarsi un auto e andarsene. Ed è quello che fece, nell'aprile del 1958 si comprò una Road Caster del '55 e scappò a Monterey con un addetto all'import export di marmotte impagliate. Eppure la amavo.

Scappò altre quattro o cinque volte. Ci furono anche Il Rudolph ventriloquo, Il truccatore di salme, Ottavio il pupazzo di Rudolph il ventriloquo e un tizio di Chattanooga che vendeva protesi peniene nel mercato orientale. Eppure la amavo, più di ogni altra cosa. "io voglio il meglio per me" mi disse quella volta che voleva andarsene con Reginald il podologo. E il meglio doveva arrivare da nord est in effetti, ma non fu Reginald, come sperava lei, ma un colpo d'ascia alla base del collo. La testa di Elvira mi guardò rotolando, come quando da ragazzino fai le capriole e vedi le mutande a tua madre. Poi rimase in mezzo alla stanza e morse. La tagliai a fettine sottili che cucinai con limone e rucola del Massachusetts in un delicatissimo carpaccio. Ingoiai anche la fede, (e fosti mia). Non era cannibalismo, sapete, volevo tenerla con me per sempre. E trattenni il più possibile, forse una settimana o dieci giorni. Ero in piena fase anale. Ora, pare che metalli e pietre preziose non siano digeribili, non completamente almeno. Fui ricoverato durante la notte in preda ad atroci dolori e allucinazioni, e nel bel mezzo dell'operazione di spurgo salta fuori la fede con inciso "Orazio & Elvira sposi" tintinnando in un recipiente di latta. Il rapporto del medico arrivò via fax all'agente Colica due ore dopo. Frugarono a casa e nel frigo trovarono sei alette di tacchino, due cordon bleu, frutta avariata e due polpacci in guazzetto, che dopo una accurata analisi della scientifica risultarono essere di mia moglie, Elvira Spritz Narl. L'agente Colica sorrise sulla porta facendo ciondolare le manette davanti alla mia flebo di astringente "come avete fatto a incastrarmi?" sorrise " da quello che la gente caga, si capiscono molte cose". lo diceva anche mio padre, e dovevo ascoltarlo cristo. Chi la fa l'aspetti.

venerdì, giugno 19, 2009

1943, remington


Robert Parkeharrison

alle tre in punto mi servono ostriche in un bicchiere di aceto. a me le ostriche sembrano orecchie, per questo mi danno il vomito. trovo bizzarro mangiare una cosa che mi sta ad ascoltare. e mi viene la nausea. il cameriere è chiuso in una corazza di alamari e passamano, tiene un tovagliolo sul braccio e mi parla in francese, io lo odio il francese. ordino un piatto edipico, tutta roba stantia. guardo il mare di catrame del rientro, l'asfalto si inghiotte un gabbiano nella risacca, le ali si incollano sui fianchi, e il rumore del mare si perde nella coda del casello. l'orologio da tasca ha una lancetta sola, conto i secondi, e ordino del fegato crudo, quello che mi rode, il mio. I B-52 carichi di uova, migrano a sud est per la riproduzione estiva, preferiscono i mari caldi, in attesa del grande splendore. nella bottiglia della minerale c'è un pesce rosso, fa le bolle per rendere il tutto più credibile, io faccio sculture con le molliche di pane raffermo. piccoli cazzi per lo più, e perfette palline avorio, tu li prendi tra le dita e ridi. il cameriere mi rabbocca l'olio, e lisciandosi un baffo di lucido da scarpe mi ricorda che a breve arriveranno le piogge di rame, che il cielo si sta coprendo perché ha freddo. verso la punta del faro, il vapore s'è ingoiato un pezzo di costa, e io sento odore di muschio e grasso di balena, mi metto a battere a macchina, ho una remington del 43 con valigetta. un orchestrina suona "Mr. sandman", un vento basso mi fruga nella patta come si cerca una moneta nelle tasche, ti conto le stelle nelle braccia, una via lattea stretta in un laccio di gomma. poi, ti pulisco il palmo con un tovagliolo, mentre l'orchestrina intona "se il mio ego dipendesse da te, avrei già vinto il Pulitzer". con un trucco leggero nella voce, mi dici che aspetti un figlio, ma che è in ritardo. e mentre tu sbucci un uovo con le unghie, nel guscio di carapace che poggio all'orecchio sento il rumore del male.